Anime Morte – Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Pavel Ivanovič Čičikov è un uomo medio, non particolarmente brillante o dotato, servile con i più alti in grado della gerarchia sociale e tiranno con le persone a lui sottoposte, il cui scopo principale è quello di trovare una stabilità economica accumulando denari su denari con ogni mezzo possibile seguendo l’esempio paterno. Tutta la sua esistenza è spesa all’insegna della ricerca della richezza senza alcuna aspirazione ad un percorso faticoso od onesto, anzi. In ogni sua professione Čičikov cerca sempre la scorciatoia più facile e quando appare integgerrimo è solo per arrivare ad una maggiore rispettabilità con cui ottenere ulteriori vantaggi dalla corruzione che ne può seguire. Tutti i suoi magheggi tuttavia non vanno mai a buon fine per una serie di sfortunate coincidenze e l’ultima truffa non è da meno in quanto sfuma a causa di un pettegolezzo. Il grigio9788811360131g burocrate infatti ha iniziato a girare per le campagne russe in cerca di latifondisti che potessero vendergli anime morte, ovvero quei contadini che sono defunti dopo il censimento e quindi su cui si continuano a pagare le tasse fino al censimento successivo. Il piano è semplice: acquistarle a poco da chi possiede ingenti quantità di anime morte in modo da far risultare di possedere un esercito di servi della gleba da poter ipotecare e ottenere così una cospicua somma.

Se Dostoevskij ha sentito l’esigenza di dire che “siamo usciti tutti dal cappotto di Gogol'” (ringrazio Amor et Omnia per la segnalazione) avrà avuto i suoi buoni motivi. Se lo dice lui nessuno si può opporre e, leggendo Anime Morte, motivazioni contrarie non se ne trovano. Lo stile è quello tipicamente russo (benché Gogol’ fosse in realtà di origini ucraine con discendenze cosacche e polacche) che vive sotto l’eterna ombra della diceria che li vuole scrittori prolissi e tendenti a sfornare opere la cui mole in carta potrebbe anche uccidere un uomo se usata come oggetto contundente. C’è del vero, ma quello che si finisce spesso per trascurare è l’estrema scorrevolezza di questi testi che, nonostante lo spessore, si leggono piuttosto piacevolmente e senza intoppi o cali di attenzione. Pur perdendosi in particolari e in ogni minimo dettaglio (a quanto mi hanno riferito Proust è decisamente molto peggio) l’effetto principale è quello di visualizzare tutto quello che viene descritto senza annoiare (poi dipende sempre dai limiti di tolleranza soggettivi) e senza l’utilizzo di termini particolarmente roboanti o costruzioni astruse (di cui per esempio risente la poesia, basterebbe leggere I fiori del Male in francese per rendersi conto di quanto certe traduzioni italiane abbiano complicato all’eccesso un linguaggio molto semplice e diretto solo per mantere le rime e trasformando agili versi in macigni pedanti). Nei russi è tutto piuttosto lineare stilisticamente parlando, al contrario delle implicazioni filosofiche e le speculazioni culturali di approfondimento che sono sempre di una vastità inaffrontabile (se non in ambiti accademici) e laboriosamente lente. A differenza di altri scrittori del resto d’europa si respira solo una certa tendenza al’asetticità anche di fronte all’emotività, come se tutto passasse più per l’intelletto (pur esprimendo ogni emozione alla perfezione) che per il cuore. Una forma di distacco e di separazione, anche nelle tragedie, che non lascia spazio al coinvolgimento del narratore, che pur in Anime Morte è molto evidente e presente in quanto svariate volte prende la parola direttamente pe rivolgersi direttamente ai propri lettori. Forse si tratta solo della giusta distanza e nulla più.

Originariamente avrebbe dovuto essere diviso in tre parti scritte calcando l’idea della Divina Commedia di Dante divisa in Inferno, Purgatorio e Paradiso e non a caso fu scritto durante un soggiorno in Italia. Purtroppo Gogol’ morì prima di poter completare le parti successive a quello che doveva essere il suo “inferno” in cui venivano presentati strati bassi del popolo russo e a noi sono arrivati solo alcuni capitoli incompleti e provenieni da varie edizioni sopravvissute al fuoco purificatore con cui lo scrittore russo era solito epurare quello che riteneva non gli fosse riuscito bene e di cui non era soddisfatto. Quando il suo primo romanzo non ebbe successo girò personalmente per tutte le librerie di Pietroburgo per recuperare le copie e bruciarle (un personaggio piuttosto preciso e per nulla autopunitivo, in grado di accettare con serenità i giudizi, alla fin fine…) e purtroppo il secondo libro di Anime Morte ebbe la stessa sorte senza la possibilità di conclusione perché Gogol’ morì proprio meno di un mese dopo da quell’evento, a causa di una anemia cerebrale, conseguenza dei postumi di un attaco di malaria e di una persistente denutrizione dovuta al suo rifiuto del cibo per una sua “accanita lotta contro Satana” (nel saggio di inizio libro) di cui forse è meglio non chiarire fino in fondo le sfumature.

Un romanzo in cui la spasmodica ricerca di Čičikov sembra voler colmare nulla più che un vuoto imperante esistenziale nella totale assenza di valori del suo protagonista, un uomo “medio” senza nessuna qualità e pregio particolare ma anche senza difetti evidenti o così deprecabili da creare disdegno. Un mediocre opportunista. La sua figura è tutto sommato una cornice che fa da collante e da pretesto a tutta la serie di personaggi secondari che rappresentano l’anima del romanzo e che costituiscono un manipolo di uomini abietti, falsi, avari e pieni dei peggiori difetti che nell’incontro con Čičikov (“un imbroglione ne cavalca un altro e ne usa un terzo come frusta”) risaltano in tutta la loro involontaria comicità, che emerge nelle reazioni del protagonista e nei vari dialoghi, come con la vecchia Korobočka che di fronte alla richiesta di vendere la Anime Morte tentenna e pensa che tutto sommato “possono tornare utili all’azienda” o con Sobakevič che, fiutato l’affare, si mette a tirare sul prezzo come se parlasse di merce preziosa e per rendere credibile la transazione aggiunge addirittura lunghe descrizioni delle qualità dei servi defunti, e nelle lunghe trattative che ne conseguono. Ed è la meschinità di questi personaggi con la loro bieca umanità (in cui è incluso il protagonista stesso) il vero soggetto della lente di Gogol’ il quale non aveva infatti alcuna intenzione di denuncia per quanto riguardava le pessime condizioni di vita della servitù ma solo entrare nel merito di un paragone in cui i finti morti sembrano, in realtà, molto più vivi (sicuramente per la burocrazia) di quanto non fossero tutti gli altri, troppo ancorati alla propria mediocrità e bassezza per poter essere realmente felici, appagati e realmente vivi (“che cos’è la nostra vita? Una valle dove albergano sofferenze. Che cos’è il mondo? Una insensibile folla di persona.“). Tuttavia su quale fossero le intenzioni narrative di Gogol’ si possono fare solo supposizioni basate sulla conoscenza della sua poetica, del suo essere come uomo e sul primo libro ed è probabile che tutto questo non basti perché “all’inizio non si vede mai tutto l’ampio scorrere e la portata dell’opera“, quindi..

Comunque, nonostante tutti i luoghi comuni che li perseguitano, i russi rimangono narratori eccezionali

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