Elogio della barba

Una delle cose (poche a volte) che mi entusiasmano dell’essere uomo non è poter pisciare in piedi ovunque come recitava la barzelletta (anche se è fonte di grandi soddisfazioni e piaceri incommensurabili non vincolati a “posizioni” e porte che non si chiudono) e nemmeno altre varianti legate a quella zona specifica, bensì avere la barba (ok, siamo sempre in territorio barzelletta visto che mi accontento di poco, basta cambiare soggetto e l’effetto è lo stesso). Amo potermi permettere di trascurarla per quei tre-quattro giorni senza sentirmi minimamente fuori posto o improvvisamente inguardabile, a differenza della “donna baffuta sempre piaciuta” che vabbè, senza offesa, ma non si può proprio avvicinare.

Già da piccolo desideravo avere la barba e resi piuttosto esplicito questo desiderio disegnandomela con la matita di mia madre un giorno in cui ero a casa da solo. Purtroppo cancellai male i residui e a nulla valse la spiegazione “volevo vedere come stavo con il pizzetto” per risparmiarmi le prese in giro di mio padre che ancora adesso ricorda sempre con piacere l’evento, solitamente alle cene di famiglia in cui è sempre bello condividere gli eventi imbarazzanti per l’eternità. Però devo dire che non stavo male. Nella fretta di farla spuntare iniziai a radermi le basette in prima media con tanto di gare e confronti tra compagni di classe. Non avevo barba ma solo dei lunghi peli sparsi qua e là concentrati perlopiù ai lati delle orecchie. Mia madre mi disse di non tagliarla che poi mi sarebbe cresciuta troppo, inconsapevole ovviamente che fosse per me un incoraggiamento piuttosto che un deterrente ma, seguendo i suoi astrusi ragionamenti, le diedi retta. Di lì ad un paio di mesi dopo mi riempii di lunghi e folti peli di barba neri. Ma tutti concentrati esclusivamente sul collo. “Fatti la barba che è meglio..” si arrese a quel punto.

E così approdai alle superiori con la barba che faceva uno strano giro a mezzaluna. Partiva dai capelli, circumnavigava le orecchie, scendeva sotto il mento senza mai sfiorare la linea della mandibola e poi risaliva verso l’altro lato della faccia. Per uno che voleva farsi crescere il pizzetto era oltremodo frustrante. Cosa me ne facevo di tutti quei peli messi al posto sbagliato? La rivoluzione giunse in seconda liceo quando si presentarono un paio di sparuti peli sul mento con cui potei fare finalmente il mio primo pizzetto. Asimmentrico per mancanza di materia prima e pure piuttosto rado ma ne andavo ugualmente parecchio orgoglioso. Anche se sembrava più un “unisci i punti per vedere cosa esce“. Del resto ero adolescente e me lo potevo permettere. E presi maledettamente sul serio questa filosofia del “fare quello che voglio” quindi con l’aumentare dell’infulvimento aumentavano anche gli esperimenti piliferi. Pizzetti lunghissimi, basette a punta, curvate, tagliate, spezzate, sottili, spesse, alla Elvis, alla suor Germana, alla Piero Pelù, ottenendo solo l’uniforme effetto estetico di un ragazzino con un riccio spelacchiato sulla faccia. Quando riguardo a posteriori le mie foto del liceo comprendo pienamente il mio scarso successo con il genere femminile di allora. Forse perché mentre gli altri ragazzi magari provavano ad approcciarsi a quel mondo presentandosi in maniere accettabili, io ero ancora troppo intento a inventare nuovi bizzarri modi per agghindarmi la faccia con repellenti conseguenze.

In tutte queste evoluzioni ancora mancavano i baffi.

Per quelli ho dovuto aspettare i 21 anni quando provai a farli crescere e, mettendo insieme quel poco di materiale che c’era, riuscii a fare finalmente il mio primo pizzetto intero. Documentato orgogliosamente con un selfie (quando ancora si chiamavano “autoscatti” o “mi faccio una foto da solo”) sul terrazzo di casa. Ok, forse era più di uno ma certi eventoni non si possono non imprimere su jpg. Arrivato a quel traguardo smisi di sperimentare. E passai al farmi crescere la barba selvaggiamente (curiosamente in corrispondenza con un principio di diradamento sulla testa che mi fece risuonare in mente la battuta della Littizzetto secondo cui i pelati si fanno crescere la barba per dire che “non è che i capelli non ci siano, solo crescono nel posto sbagliato“. Da un certo punto in poi mi sono detto che qualora fossero diventati veramente pochi li avrei passati alla lametta. Poi ho iniziato a pensare che andando avanti con quella lena a breve mi sarebbe bastato un colpo di forbice. Per ora uso ancora la macchinetta tagliacapelli). Quando lo aveva fatto Ken Shiro sembrava veramente un figo. Nel mio caso, con i miei 23 anni, mi faceva sembrare solo selvaggiamente più vecchio e dava il pretesto agli amici per fare il “Totoetà” con le cameriere dei pub che puntualmente davano a me botte di oltre trentanni e la mia età agli amici che invece c’erano vicini. La cameriera in questione non era proprio una cima ma l’impressione era stata comunque ampiamente confermata da una combricola di miei coetanei incrociati su di un sentiero durante un’escursione che, uno dopo l’altro, mi diedero del “lei” (mi ricordo ancora di voi tre, se vi incontro di nuovo vi butto giù dal dirupo) come se fossi un’anziano enormemente più vecchio di loro. Desistetti e mi accorciai la barba terrorizzato dallo spettro di potermi accasare al massimo con una novantenne.

Da quel momento la barba lunga divenne di moda.

Il paradosso del farsi la barba è quello inizialmente di tagliarla per farla crescere e finire poi per non tagliarla quasi mai oppure magari vivere pure l’operazione come un fastidio. Invece di punto in bianco scoprii che mi divertivo un sacco a radermi e che quell’operazione era veramente soddisfacente se abbinata a creme, profumi e dopobarba. Non solo, quando comprai sapone e pennello (che poi divennero tanti saponi e tanti pennelli) tutto assunse risvolti decisamente più affascinanti e piacevoli, fino a diventare il secondo rito mattutino insieme al caffè. Però dopo il caffè. Altrimenti mi sarei ridotto la faccia come Danny Trejo. Perché non crederò mai che lui sia così dalla nascita. E’ il risultato di una mattinata dalla rasatura difficile, ne sono convinto, lui prima sembrava George Clooney ma qualcosa è andato storto quel giorno. Non ha preso prima un buon caffè. Ero tentato di sostituire anche la lametta con un bel rasoio da barbiere, di quelli di una volta, ma credo che mi sarei sgozzato come un maiale al primo tentativo. Prima o poi ci proverò. Quel giorno allerterò il pronto soccorso, la Fidas e l’Avis.

Per motivi di lavoro passai un periodo con la barba ben curata e rasandomi quasi tutti i giorni ma l’incombenza durò poco e si ripresentò un periodo di sperimentazioni, baffi lunghi in diverse maniere e nuove sobrie evoluzioni di pizzetti e basette ma, memore dell’esperienza liceale, fatte con un certo criterio (“a cazzo”. Che è comunque un criterio. Peraltro lo stesso usato per la cucina.). Ora sono approdato di nuovo al lungo barbone meditativo alla Gandalf, Rick Grimes o Opie (tocca ammettere che di esempi fighi se ne trovano ben pochi). Diciamo che mi sto ancora dirigendo verso quegli estremi. Perché tanto ormai mi viene data la mia età, al massimo. Ho provato pure l’enorme soddisfazione di spettinarmela e sembrare un omino dell’ottocento (o più realisticamente un Grinch candeggiato) aumentando notevolmente lo spazio volumetrico occupato dal mio faccione scoprendo finalmente che nemmeno io rimango serio davanti allo specchio (se mi stai leggendo, abbiamo la risposta). Ho solo il terrore che qualcuno mi dia dell’hipster perché credo mi sentirei insultato. Sessant’anni fa sarei stato un barbudos e, scusate, non è proprio la stessa cosa che essere un “hipster”. Non complichiamo e non etichettiamo per favore, ho solo la barba lunga.  E che per giunta ormai passa pure molto vicino agli occhi. Tuttavia è un piacere averla così folta perché ha assunto i gradevoli connotati di un passatempo contro la noia. Me la pettino con le mani di continuo, la arriccio e la accarezzo quando leggo, scrivo, guido o non faccio nulla, in attesa di trovare di meglio da manipolare. Fantastico. Altro che la Play Station.

Ma soprattutto, come diceva Philip Roth, “la barba è essenziale se non voglio vedermi in faccia“.

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18 thoughts on “Elogio della barba

  1. Io ho esattamente una barba del tipo “unisci i punti per vedere cosa esce“. Ovvero, i peli mi crescono, ma sono a distanza di mezzo centimetro l’uno dall’altro, e quindi non ho una barba uniforme.
    A rendere la mia barba ancora più antiestetica c’è il fatto che i miei peli sono lisci come capelli, e quindi quando non mi rado per troppo tempo sembra che mi sia appiccicato un parrucchino sulla bocca.
    L’unica fortuna è che i peli mi crescono molto lentamente, e quindi prima di arrivare all’effetto parrucchino ci vogliono circa 10 giorni di mancata rasatura.
    Di conseguenza, anch’io mi lascio crescere la barba, ma mai oltre i 10 giorni tra una rasatura e l’altra.

  2. Prima di tutto… alla suor Germana mi ha steso! ahahahahah
    Secondo: i baffi non mi son mai piaciuti. Ho tentato di farmi il pizzetto completo, ma il baffo mi ha sempre lasciato molto freddo in merito e perciò ho optato per il classico “goatie” o pizzetto normale (che poi, da me, è passato in varie maniere dalla Hetfield dei Metallica periodo sbronze feroci, al pizzo solo centrale, alla barbona folta al filo che segue la mascella…).
    Da un po’ ho lasciato, mio malgrado, il pizzetto metallo puro per un più sobrio pizzo corto… dannazione… ma le basette sono la cosa che merita sempre. Le basette sono importanti. Sono una testimonianza.

    • ..e anche per la sua “evoluzione”, “tra le creature mitologiche, come la fidanzata.
      Quell’essere metà mestruo e metà scarpe nuove.” (Leo Ortolani)

      Me ne è arrivata qualche notizia, ti dirò.. 😉

  3. Da 10 anni non mi rado completamente. Sinceramente non ricordo più quando è stata l’ultima volta, se ce n’è mai stata una. Se lo facessi adesso penso che patirei una crisi di identità e se qualcuno me lo imponesse credo che potrei anche massacrarlo di cazzotti.
    Il mio vero obiettivo è sempre stato il barbone alla Moscardelli, tipo boscaiolo montanaro, fra il primitivo e il saggio (vedi anche il nonno di Heidi). Penso di aver raggiunto risultati onorevoli in questo senso.
    Solo che io sono pigrissimo e se una barba del genere non la curi un minimo rischi di passare seriamente per un clochard, specie se hai pure i capelli lunghi, come li avevo (ahimè) io. Ci sono sempre andato molto vicino a passare per un clochard, salvato solo dal fatto che, superata una certa quantità di peli, la barba inizia a darmi sui nervi e così, su due piedi, mi fiondo in bagno brandendo il rasoio e inizio a sfoltire come un ossesso. Un po’ alla cazzo di cane, a dire il vero. Comunque ho sempre avuto sui coglioni quelli che riescono a mantenere quella barbetta di tre giorni, bella uniforme, da uomo vissuto, finto trascurato.
    Alla fine va bene tutto, basta non farsi le sopracciglia (a meno di non essere Elio, ovviamente).

Secondo me....

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