Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline

Ferdinand Bardamu, giovane di tendenze anarchiche, si arruola nell’esercito e finisce a combattere al fronte contro i tedeschi dove conosce gli orrori della Prima Guerra Mondiale per poi passare molto più tempo nelle retrovie vagando ferito da un ospedale militare all’altro. Gli eventi, o forse la sua inquietudine, lo portano in seguito a farsi mandare in Africa per conto di una compagnia commerciale per poi essere venduto ad una galera e giungere infine negli Stati Uniti in piena esplosione industriale dove   viene assorbito dagli alienanti ritmi delle catene di montaggio in cui capisce che l’essere intelligente non rappresenta un vantaggio ma un difetto da nascondere (suona moltoindexdd attuale). Insofferente a quella realtà, o forse anche indolente, Bardamu ritorna in Francia e apre uno studio da medico con cui guadagnarsi le giornate nella miseria della povertà, in compagnia della insopprimibile convinzione di essere un profittatore ogni volta in cui richiede il giusto compenso. Relazioni difficili lo portano a spostarsi nuovamente per lavorare in un istituto di igiene mentale in cui ritroverà, per l’ennesima volta a fargli visita, Léon Robinson la cui esistenza corre parallela a quella del dottore fino ad incrociarsi molteplici volte nelle occasioni più disparate ed imprevedibili.

Riassumere la trama di questo libro semi autobiografico è un’operazione inutile in quanto può rendere solo superficialmente l’intreccio di situazioni, infiniti personaggi e spostamenti della personale odissea dell’alter ego di Céline in quello che è realmente un viaggio (di 553 pagine), non solo fisico intorno al mondo ma anche morale negli aspetti più profondi dell’animo umano esaltati con cinismo e disillusione, che va affrontato senza remore dall’inizio alla fine.

Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis Ferdinand August Destouches, sfugge facilmente ad ogni definizione. Uomo controverso e oggetto di numerose critiche per tre scritti esplicitamente antisemiti, fu accusato di collaborazionismo (seppur pare non fosse effettivamente al soldo di movimenti filo-nazisti) per le sue posizioni marcatamente nazionaliste e filo-fasciste durante la guerra e di negazionismo per quelle del dopoguerra. Fondamentalmente Céline ha sempre perso molte buone occasioni per tacere ed evitare di peggiorare la sua situazione, già poco raccomandabile, dandosi la famigerata zappa sul piede ogni volta. Ed è proprio in riferimento a questa tendenza che si riconosce lo scrittore in questo passaggio del saggio di Ernesto Ferrero al termine del romanzo  : “Il Masochismo céliniano, quello che gli ha fatto fare tanti gesti sbagliati, è la voluttà di abbandonare ogni volta le posizioni e la tranquillità già conquistate per rimettersi totalmente in gioco nei rischi mortali di una << congnizione del dolore >> praticata sul campo : << quella voglia di scappare da ogni posto, alla ricerca di non so cosa, per uno stupido orgoglio senza dubbio, per la convinzione di una specie di superiorità >> “. Decisamente masochista, si. Il curriculum politico giustamente (o nella maggior parte) osteggiato gli valse l’esilio in Danimarca in cui, in effetti, non trascorse momenti particolarmente felici fino al 1951 anno in cui, a seguito di un’amnistia, rientrò in Francia trovando forti opposizioni negli ambienti di sinistra, tra cui lo stesso Sartre che lo aveva accusato di collaborazionismo e antisemitismo e lo voleva dimenticato dagli ambienti letterari (a cui comunque Céline rispose per le rime), ma trovò anche inaspettati difensori quali l’antinazista Albert Camus (pare che pure Nikolas Sarkozy si sia espresso sulla questione dichiarando che “Non tutti quelli che, come me, leggono Céline sono antisemiti, così come non sempre chi legge Proust è omosessuale.” ma non è dato sapere se l’essere letto da Sarkozy deponga a favore di Céline o meno. E pure di Proust visto che suo malgrado è stato tirato in ballo). Trascorse gli anni che gli restarono da vivere recluso in casa, vestito come un barbone in compagnia di animali e della moglie. La sua morte, il 1 Luglio 1961, fu in un certo senso dimenticata veramente perché sopraffatta dalla scomparsa, esattamente il giorno dopo, del grande e invece molto amato Ernest Hemingway.

Il primo impeto nell’osservare la maggior parte delle foto che ritraggono Céline è quello di un uomo che si avrebbe preso volentieri a randellate sulla gengive per via di un piglio e diindexd uno sguardo fortemente irritanti. Incontrovertibilmente una faccia da stronzo insomma. Tuttavia, tralasciando queste questioni lombrosamente  sciocche (di cui ormai è appurata l’infondatezza) e accettando di buon grado la natura innata di un Céline irriverente provocatore (che in questo senso riesce a dare veramente il meglio di sé) e ironico, si riesce a ritrovarsi predisposti alla lettura di un romanzo straordinario. Veramente. La stessa foto in quarta di copertina sembra far emergere quella malinconia profondamente nascosta e coccolata sotto un abisso di cinismo e di pessimismo sparpagliato a grandi manate sui campi del nichilismo coltivato in anni di vita errabonda, restituendo un’immagine più veritiera e completa di un uomo capace non solo di aspre critiche ma anche di creare spazi di tenerezza e delicatezza semplicemente commoventi e unici. Quando Céline mette da parte la sua maschera (o la sua vera natura, non è dato saperlo) traspare in personaggi come Alcide o Molly, quasi fosse in controluce, un’umanità migliore di quella di cui ci vorrebbe convincere, personaggi i cui destini e azioni ricordano oltre ogni pessimismo l’esistenza di una qualche forma di reale bontà e di amore autentico. Anche i sentimenti di Bardamu spesso sono contrastanti e intrisi di pietà, perché è difficile mantenere sempre alta la maschera del “E’ degli uomini e di loro soltanto che bisogna avere paura, sempre“, anche quando si vuole andare fino a fondo di tutti gli orrori dell’umanità, della guerra (“Quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi a salsicce da battaglia“), dell’ipocrisia, dei militarismi, del modernismo, della femminilità, del machismo maschile, ridicolizzandone continuamente ogni aspetto controverso. Ad attaccare ogni cosa si finisce prima o poi per dover fare i conti con se stessi, con la propria vita e a rivelare constatazioni malinconiche che ti fanno dire che “E’ forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire” o poetiche “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte” in cui il cinismo svanisce in una rara sensibilità introspettiva che stupisce per quanto risulti inaspettata tra le righe di un “cattivissimo ragazzo”, cioè la faccia da stronzo di cui sopra.

A prescindere dall’ingombranza del personaggio scrittore, “Viaggio al termine della notte” non è un libro di facile lettura. Stilisticamente parlando Céline è lontanissimo dall’eleganza e dalla scorrevolezza tipica della maggior parte degli scrittori francesi ed è spesso ostico per i suoi fraseggi costruiti in maniere controintuitive, all’insegna della contaminazione, non solo con registri lessicali del parlato, ma anche con le stesse strutture sintattiche del parlato. E’ proprio in questo che gli si riconosce il merito di un’operazione autenticamente riuscita. Altri autori prima di lui, per esempio Émile Zola, avevano contaminato di proposito il proprio modo di scrivere con terminologie o manierismi provenienti “dal basso” senza tuttavia rinunciare ad una certa compostezza formale vagamente altolocata e di conseguenza discordante con le ambientazioni (ai tempi forse certe terminologie potevano essere sconvolgenti, adesso non si notano nemmeno e paiono perfino fin troppo contenute; se invece si contestualizza ovviamente il discorso caimagesmbia) che invece viene ulteriormente esasperata in Céline, il quale risulta volutamente colloquiale, gretto e diretto senza alcun panegirico, autenticamente dal basso (o almeno vicino a quello attuale che forse non era poi così diverso da quello di cento o centocinquant’anni fa). “Viaggio al termine della notte” non fa sentire gli ottant’anni che lo separano da un lettore odierno. Però gli fa spesso perdere il filo e lo rincoglionisce di parole, di fatti e di personaggi. Tuttavia è bello perdersi in un viaggio simile, lasciandosi trasportare proprio nella notte oscura verso cui Céline ci vuole condurre, senza perdere mai di vista quelle schegge di luce che appaiono qua e là (perché spesso sono solo quelle ad avere molta importanza nella vita), nascoste anche dietro lo sguardo di un cinico incazzato con il mondo e che illuminano i suoi occhi con un impercettibile velo di tristezza, portando una insospettabile umanità verso l’esterno.

Schegge di luce che in alternativa aprono nuovi dibattiti su quanto una foto giusta possa fare una notevole differenza nel presentarsi in un modo decisamente migliore da quello dello stronzo.

Assolutamente da leggere.

Se la gente è così cattiva, forse è solo perché soffre, ma è lungo il tempo che separa il momento in cui smettono di soffrire da quello in cui diventano un po’ migliori.

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