Matisse a Palazzo Diamanti

 Mi trovo per tre giorni a Ferrara, a poco più di 500 metri da Palazzo Diamanti, dove si svolge la mostra “Matisse: la figura” e ne approfitto.

Il primo impatto alla biglietteria non è dei migliori, il prezzo è uguale alle Mostre di Palazzo  Ducale a Genova ma non include l’audioguida e già mi gira il cazzo (nemmeno in Liguria la fanno pagare a parte, nonostante i luoghi comuni sui Genovesi). Faccio parte di quella categoria di persone che quando si parla di arte e di pittura ha bisogno di sentirsi spiegare le cose. Non le descrizioni becere dei dipinti (linee verticali, motivi che riprendono questo o quello [fin lì ci arrivo anche io, mi basta guardare]Henri Matisse - Self Portrait, 1900 at Centre Pompidou Paris France) ma le spiegazioni dei concetti e la contestualizzazione della visione dell’artista . Altrimenti “Fontana” di Duchamp rimarrebbe solo un cazzo di cesso capovolto e non “la messinscena di una strategia articolata di comunicazione e metacomunicazione che ha come obiettivo l’enunciazione di un discorso ambiguo a vari livelli e a vari livelli” (A. Dal Lago & S. Giordano, Mercanti d’aura, Il mulino: Milano, pag 37) e che contiene, tra le altre cose, una presa in giro dell’ambiente artistico di New York (Il caso Richard Mutt) che me lo ha fatto apprezzare così tanto (non sono tra quelli che inneggiano all’arte solo perché è arte). Mi divertono un sacco i retroscena e le incursioni nella personalità dei pittori, la quotidianità e tutto quello che permette di avere un’idea della sua poetica e delle influenze, di cosa fosse in ultima istanza la sua vita. Da questo punto di vista la Mostra di Munch era molto ben curata, quella di Matisse mi è parsa piuttosto scarna. Tante descrizioni di dipinti e poche informazioni interessanti.

In secondo luogo il cazzo mi è girato ancora di più quando nell’elenco delle convenzioni per avere agevolazioni sul biglietto scopro che si ha uno sconto notevolmente maggiore se si possiede la carta di una compagnia petrolifera piuttosto che un banalissimo badge da studenti.

Anche perché l’avevo ma è rimasta in macchina a casa.

Mica per altro, eh.

In Italia la cultura è facilitata dalle scelte dei distributori di benzina. A breve si potrà usare anche per usufruire di una corsia preferenziale all’interno della sanità. Gli unici che non si potranno curare saranno i ciclisti.

Inzio a guardare la mostra irritato e con l’unica nozione che Matisse fossindexde un rappresentante delle “Fauves“, il ramo francese dell’espressionismo, di solito autori di quadri con colori molto forti che personalmente non mi hanno mai entusiasmato più di tanto perché ho sempre preferito il ramo tedesco, il “Die Brücke“, e la finisco senza aggiungere alcuna informazione in più al mio scarno database, solo tante immagini.

Il primo dipinto a colpirmi, non tanto perché (pressapoco quello che mi dice l’audioguida) “ritrae una figura di spalle ambigua di cui si intuisce la natura femminile per un accenno di seno sotto l’ascella si sfondo blu” (credo che questo lo veda chiunque) ma perché la prima impressione che ho è quella di trovarmi di frontindexkme a Tintin di spalle che fa il bagno nudo (e la cosa mi turba parecchio), è “Bagnante“. Riprendo controllo di me stesso e alzo il livello guardando “Le due sorelle” in cui mi pare di riconoscere le protagoniste di “Che fine ha fatto Baby Jane?” ma è piuttosto difficile per me avere un metro di paragone perché il film non l’ho ancora visto, se si escludono alcune scene su youtube e le citazioni sul Dylan DogLa scogliera degli spettri” o nei Simpson. Non è solo la mia stupidità a condizionarmi (poi passa) quanto la visione di queste figure con lo sguardo fisso e immobile in nudo seduto di schienacui non riesco a vedere le inquietuidini e l’anima che invece rendevano i ritratti di Munch così vivi (sono di parte). Passo a “Nudo seduto di schiena” e ridivento serio perché lo trovo visivamente appagante  anche se non riesco a trovare nessuna suggestione ulteriore che non vada oltre l’immagine in sé e nessuna informazione dall”audioguida, che mi fa solo notare che figura e sfondo sono su un unico piano (anche se a guardarlo bene non sarei troppo d’accordo visti i contrasti di linee..mah, vabbè..). Però ho il chiaro ricordo di averlo già visto alle medie sul libro di arte ed e è stupefacente come certe immagini rimangano impresse nella memoria, a causa evidentemente della loro particolartià ed impatto. Pure davanti ad “Odalisca con pantaloni grigi” non riesco a sentire nulla che non sia una certa curiosità legata ai colori.

Tuttavia l’apice arriva mentre mi trovo davanti a “studio per Ninfa e Fauno” e “Ninfa e fauno rosso“, in cui finalmente l’audioguida si rivela utile nel comunicarmi che la fonte di ispirazione deriva da “Il pomeriggi041mo di un fauno” di Mallarmé. Quando nell’osservare questi due rapidi schizzi sento due sagaci osservazioni ai miei lati  “Questo è uguale a quello però rosso!” e “Sempre o stisso!“, mi giro subito per cercare la provenienza della voce, nella ferma convinzione di avere accanto in carne ed ossa l’audioguida (che nel frattempo continua a parlare di linee che vanno da questa o da quella parte) e chiederle di continuare a commentarmi la mostra di persona. Arrivo a “Nudo rosa seduto” e la voce registrata mi rammenta che Matisse sottoponeva le modelle a sedute estenuanti e lunghissime ma a guardare bene questo quadro mi chiedo se veramente fosse necessaria la loro presenza visto il totale stravolgimento visivo, tanto valeva non indexbnnmmaverla e attingere dal proprio mondo interiore; eppure pare che non potesse lavorare senza un modello (Articolo) . Forse per andare oltre la realtà c’è sempre comunque bisogno della realtà come spunto di partenza.

Il riflesso” invece mi piace e mi colpisce perché sembra quasi che l’oggetto reale e il suo riflesso siano due entità indipendenti e contrastanti, irriconoscibili e non attribuibili l’una all’altra. Come se non si appartenessero e se la ripetizione 12742241625_f8e617bf75_ospeculare prendesse vita propria. In fin dei conti il riflesso è una copia di qualcosa, una riproduzione non originale, un’illusione non vera a cui si fa riferimento quando non si arriva all’oggetto originale. La conoscenza è il riflesso di una verità, una certezza non necessariamente vera.

Si guarda lo specchio e non chi vi viene riflesso.

La mostra viene brevemente interrotta da un passaggio esterno all’interno di un giardino pieno di verde fatto di erba albeWP_20140409_001ri e margherite, che normalmente sarebbe stato silenzioso e suggestivo ma quando passo io si rivela rumoroso e assordante per dei lavori in corso. Un momento bucolico trasformato in baccano. Che culo. Come andare ad un concerto Metal e trovarsi ad ascoltare Laura Pausini (mi rendo conto che la metafora per qualcuno potrebbe suonare al contrario, ma chi scrive è un metallaro in borghese e pensa che la Pausini faccia molto più baccano del growl).

Della parte successiva mi aveva colpito “Nudo rosa interno rosso” ma a riguardarlo ora non saprei bene dire il perché; ho un momento di ilarità di fronte ad un video in cui Matisse viene ripreso a dipinhenri-matisse-pink-nude-red-interior-c-1947gere e sento una signora dire ad un’altra “Osserva la padronanza della pennellata” mentre io avrei voluto farle notare che stava facendo solo uno scarabocchio, ma lasciamo stare perché so di avere torto. Invece quello che si rivela la parte migliore della mostra sono le riproduzioni della serie “Jazz” che fanno parte di un libro stampato in copie limitate costituito da collage di carta chiamati “gouaches découpées” (Matisse a causa della malattia non poteva più utilizzare i pennelli) corredati da pensieri dello stesso pittore che sono di una fantasia ancestrale e pulita, che mi colpisce visivamente al primo impatto per la “semplicità”, per il colore e per la leggerezza, come nell’Icaro che si abbandona alleicarus stelle (una sua reinterpretazione).

La sensazione generale, esclusa l’ultimissima parte, è di insoddisfazione nei confronti di una mostra che per alcuni risvolti mi ha irritato e non mi ha fatto uscire soddisfatto come in altre circostanze. Nella mia ignoranza in materia non sono uscito particolarmente arrichito dalla Mostra e con la sensazione che sia rimasto tutto in superficie senza andare a sondare qualcuno degli abissi esplorabili a disposizione.

Matisse non mi ha fatto impazzire ma del resto non sono mai stato un estimatore delle Fauves.

E comunque di arte non capisco un cazzo.

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4 thoughts on “Matisse a Palazzo Diamanti

  1. Ma perché quello non era Tintin? XD
    Io sono nelle tue condizioni: senza guida, io e il quadro proprio non ci capiamo! Il problema che a volte succede anche con la guida! Alla mostra di Mirò, l’audioguida recitava d’un tratto ‘Le opere si fanno via via più complesse e astratte, man mano che l’autore invecchia. Occorre leggere il titolo dell’opera per capire il soggetto’. Mi avvicino furtivo al titolo e leggo… ‘Senza titolo’.

Secondo me....

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