Il lupo della steppa – Hermann Hesse

Harry Haller è un uomo profondamente infelice. Ha cinquant’anni, il suo matrimonio è finito ed ha perso la reputazione all’interno del mondo intellettuale a cui apparteneva come elemento di spicco. Persona dall’elevata cultura, vive in una condizione di prostrazione e di immobilità perché la sua anima è scissa in due istanze, da un lato “l’uomo”, rappresentazione di quanto più puro, etereo e nobile possa esistere, e dall’altro “il lupo”, a cui Haller attribuisce ogni suo desiderio legato al piacere e agli istinti. Nessuno dei due è in grado di prevalere, costringendo il protagonista all’incapacità di reagire di fronte agli eventi della vita in maniera efficace. Harry è profondamente disadattato e male inserito in un mondo a cui non sente di appartenere e verso cui ha un attluposteppaeggiamento profondamente critico, che lo porta ad isolarsi e a chiudersi sempre più in sé stesso, circondato da un forte alone di pessimismo e disprezzo verso tutto e tutti, in particolare nei confronti della borghesia da lui vissuta come ipocrita e povera di spirito. La sua solitudine e la sua profonda sofferenza interiore lo portano sull’orlo del suicidio fino a che l’incontro con Hermine, una donna dall’animo speculare a quello di Haller ma dotata di uno spirito leggero, non lo porterà a riscoprire l’assurdo umorismo di cui è intrisa la vita.

Un romanzo stupendo che mi capita di leggere in un momento in cui mi sento mi sento di essere un “Lupo della steppa” (come chiunque decida di affrontare le sue pagine), rientrando quindi in pieno nella casistica a cui si rivolge Hesse nella sua nota finale. L’autore precisa infatti che il libro era impostato sui problemi di persone della stessa età del suo protagonista mentre più frequentemente capitava tra le mani di giovani ragazzi che ne fraintendevano il messaggio perché idealizzavano Haller e si identificavano nelle sue sofferenze e nella sua solitudine, dando maggior risalto e attenzione alla tragedia di questa figura, finendo invece per trascurare totalmente quello che in realtà avrebbe dovuto essere il vero messaggio legato alla guarigione dell’uomo. In sostanza i giovani non capiscono un cazzo e guardano quello che non c’è da guardare fissandosi sull’autocelebrazione di sé stessi nel riconoscersi in questo “lupo” solitario, critico, avverso alla società e ai suoi schemi ed imposizioni (negli anni ’60 ebbe infatti una notevole risonanza e divenne uno dei manifesti della beat generation [Gli Steppenwolf di “Born to be Wild“, colonna sonora di “Easy Rider” prendono il nome ben da questo] ma con interpretazioni spesso fuorvianti) senza riuscire a cogliere il messaggio positivo di fondo delegato al finale. In quanto “giovane” anche per me non è così immediato. In realtà nemmeno lo vedo. Tutto il romanzo è impermeato della tristezza e desolazione con cui viene costruito questo personaggio colmo di disagi che grazie alla vitalità di una donna inizia a vedere un barlume di felicità e di gioia ma che rimane strappato nel finale non proprio consolante. Harry sbaglia e ricade nell’errore di prendere la vita troppo seriamente piuttosto che con un sorriso. La conclusione sembra essere troppo rapida per poter essere interiorizzata. Proverò a rileggerlo da cinquantenne e magari l’esperienza mi permetterà di cogliere questo ultimo passaggio, o almeno, di farlo mio e non di averne solo una flebile intuizione vagamente asettica.

Scritto con una prosa limpida e pulita, Hesse introduce nei pensieri di una persona in crisi, che ovviamente è l’autore stesso (infatti le iniziali sono identiche) tramite un’opera prodotta al termine di un periodo non particolarmente felice con cui forse cercò di ristabilire le righe della propria vita assegnando il messaggio di cui necessitava (o di cui aveva capito la necessità) al personaggio di Hermine, la quale rappresenta la sua controparte in vesti femminili (tutto il romanzo forse assume allora la forma di un lungo monologo e un personale dialogo interiore con cui dare a sé stesso, e ai propri lettori, una risposta esistenziale). Personalmente mi viene spontaneo associare questa scelta all’influenza della psicoanalisi di Jung (Hesse era in cura da un suo allievo) che ipotizzava l’esistenza nelle persone di una parte maschile (animus) e una femminile (anima) che possono essere causa di conflitti all’interiori. Ogni maschio ha una parte femminile e ogni femmina ha una parte maschile, il cui rifiuto o accettazione sarebbe importante per la caratterizzazione di aspetti legati appunto alla personalità. Il tema della frammentazione interna alle persone è infatti ben presente non solo nella contrapposizione tra uomo e lupo e nella presenza di Hermine, ma anche in tutti i riferimenti alla pluralità di figure interiori a cui fa riferimento nel passaggio del teatro magico che può essere la metafora di una complessa rappresentazione di sé stessi come costituzione di più parti diverse (“Questa si chiama arte di vivere” continuò la lezione. “Voi stesso potrete plasmare e animare il giuoco della vostra vita a volontà, complicarlo e arricchirlo: dipende da voi. Come la pazzia, in un certo senso elevato, è l’inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia è l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia. Persino gli scienziati se ne sono accorti, almeno in parte, come si può vedere per esempio dal Corno magico del principe, libro delizioso nel quale la fatica assidua di uno scienziato è nobilitata dalla geniale collaborazione di alcuni artisti pazzi e rinchiusi nel manicomio. Ecco dunque, prendete queste vostre figurine, il giuoco vi farà piacere. La figura che oggi diventa uno spauracchio insopportabile e vi guasta il giuoco, domani la degraderete a figura secondaria e innocua. La cara figurina che per un po’ vi è parsa condannata alla disdetta e alla disgrazia, nel giuoco successivo la farete principessa. Buon divertimento, signore!“) che vanno a plasmare l’unicità dell’essere.

Simbolico, profondo, coinvolgente, desolante ma forse anche consolatorio nel suggerire non solo che “senza amare se stessi non è possibile nemmeno amare il prossimo” ma anche che per cambiare veramente la propria esistenza forse c’è bisogno di leggerezza, di sorrisi e, di fronte ai propri abissi e alla tragedia della vita, di una risata.

Ridi, cazzo.

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8 thoughts on “Il lupo della steppa – Hermann Hesse

  1. Forse è un po’ più “ridi di quel che ti fa star male se standoci male non cambia niente; però nel frattempo sappi che quel male è fuori di te e ridendone riesci a tenerlo lontano e tenertene tu lontano allo stesso tempo, non fisicamente bensì spiritualmente, ch’è molto più importante e salutare.”. Almeno credo.
    Comunque bellissimo libro e bella recensione.

  2. Quando attraversai la “fase Hesse” delle mia esperienza da lettore, questo, insieme a “Demian”, fu il libro che più mi colpì, anche se adesso lo ricordo a malapena. Magari lo rileggerò anch’io a cinquant’anni. 🙂

    • Non ho mai attraversato una fase Hesse e penso di sentirne un poco la mancanza. Purtroppo devo dire di aver letto solo “Siddharta” a 16 anni e per la scuola (quindi probabilmente capendoci molto meno di quanto esigesse) e ora “Il lupo della steppa” che ovviamente ho gradito ma aspetterò di capirlo come realmente merita a cinquant’anni. 😉

Secondo me....

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