Mentre morivo – William Faulkner

Una famiglia di contadini della regione di Yoknapatawpha (invenzione scioglilingua di Faulkner), Mississippi, deve affrontare un pesante lutto all’interno del proprio nucleo. Muore Addie, moglie di Anse Bundren e madre di cinque figli, Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell (l’unica ragazza) e Vardaman (il più piccolo). La donna aveva espresso il desiderio di essere sepolta nella lontana Jefferson quindi il corpo (parzialmente deturpato per sbaglio) viene messo nella bara costruita appositamente da Cash e caricata sopra un carro. A causa di una inondazione inizia però un viaggio più lungo del previsto al termine del quale la famiglia riuscirà finalmente a seppellire il cadavere putrescente della donna ma dal quale uscirà trasformata nel suo assetto e in cui verranno svelate le reali dinamiche sottostanti tutti i suoi componenti.

Mentre Morivo è un complesso romanzo costituito da più voci narranti che raccontano ognuna il proprio personale vissuto mediante flusso di coscienza e da cui è possibile ricostruire le vicende di cui sono protagonisti i Bundren. In questo gioco di rimandi molto simile ad un puzzle si alternano le voci di tutti i 384-mentre-morivomembri della famiglia e anche di altri personaggi secondari che subentrano come elementi esterni ed osservanti per chiarire alcune circostanze, a volte oscure.

E’ difficile parlare di un libro come questo.

Dopo una decina di pagine o forse più mi imbatto in questo pezzo: “[..] e poi ho visto Darl e aveva capito. Ha detto che aveva capito senza le parole come mi ha detto che la mamma sta per morire senza le parole, e io ho capito che aveva capito perché se avesse detto che aveva capito con le parole non ci avrei creduto che era lì e ci aveva visto. Ma ha detto che aveva capito e io ho detto <<Lo racconti a Pà’ vuoi ammazzarlo?>> senza le parole l’ho detto e lui ha detto <<Perché?>> senza le parole. E è per questo che posso parlargli capendo e odiando perché lui ha capito.” e mi passa la voglia di proseguire. Faulkner avrà anche preso il Nobel, sarà un grande scrittore, sarà il flusso di coscienza, sarà la traduzione, sarà che voleva rendere in maniera veritiera il pensiero di qualcuno che non brilli per intelligenza, sarò particolarmente poco ricettivo io, ma leggere quel pezzo è stato veramente indisponente. E la lettura non  migliorava proseguendo. E’ un libro faticoso, difficile a livello di scrittura. Tuttavia, mi sono fatto coraggio leggendo la frase in quarta di copertina di Alfredo Giuliani (che scopro ora essere un critico letterario, ma sul momento mi sono fidato senza sapere chi cazzo fosse) che dice “La struttura e lo stile di Mentre Morivo esercitano un fascino, a volte esasperante, soltato se il lettore accetta la sfida di mettere in atto tutta la sua disponibilità percettiva.”, e quindi sono andato avanti.

Va bene Faulkner, hai tutta la mia “disponibilità percettiva” allora.

Da qualche parte avevo letto che aveva una tale passione per la scrittura al punto di arrivare a scrivere usando una cariola come tavolino quando lavorava come fuochista (ovviamente nei momenti in cui c’era poco da fare). Si metteva tra il caldo e il carbone, tutto sporco, seduto scomodo perché sentiva fortissima questa pulsione espressiva (suppongo). Pare che “Mentre morivo” sia nato proprio così e mi viene da pensare maliziosamente che questo potrebbe spiegare molte cose o si potrebbe ipotizzare che quantomeno la stesura del suddetto ne abbia risentito un pochino..ma poco eh..

Ma questo lo dico solo per fare il cazzone perché in realtà, passato lo scoglio dello stile non proprio immediato e scorrevole (il flusso di coscienza non è ad alta digeribilità), ci si trova a cadere dentro un abisso senza uscita, grattando alle pareti di un pozzo per cercare di tornare su. Mentre Morivo è un’opera pregna di significati e densa di simboli, che alterna momenti intollerabili come il pezzo citato sopra anche a momenti di straordinaria poesia. Faulkner usa una famiglia di contadini buzzurri e un po’ ottusi (diciamo non sempre il ritratto dell’intelligenza nel caso di alcuni, specialmente il padre che, tanto per dirne una, cerca di ingessare una gamba rotta con il cemento) come pretesto per ritrarre la vita nella sua stessa essenza, nelle sue contraddizioni, nella sua drammatica amarezza ma anche nel suo lato comico e ironico (“Il motivo per cui il signore ha creato le donne è perché l’uomo non capisce quello che è un bene per lui neanche quando se lo ritrova sotto il naso” [Nel mio caso se non lo vedo è solo perché ho un naso molto grande]). Alcune immagini che evoca con le sue descrizioni sono di una raffinata bellezza e aprono squarci che vanno oltre la realtà stessa, alla ricerca di un significato più profondo, non necessariamente positivo ma spesso cinico e disilluso. Tutti i protagonisti soffrono e vivono la necessità della propria inevitabile sofferenza. Il coinvolgimento nella sua narrazione è lento, ma efficace perché lascia il segno. Richiede solo del tempo sufficiente per far sedimentare e maturare il marasma soffuso, fino a travolgere con la sua visione di una vita arida e asciutta, in cui nulla è quello che sembra, in cui gli affetti sono assenti, i rancori sopravvivono e la sofferenza è schiava dell’assurdità, perché “la ragione per cui si vive è per prepararsi a restare morti.

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