Falconer – John Cheever

Ezekiel Farragut è un professore universitario piuttosto controverso. Sposato e con prole, conduce una vita caratterizzata dalla sessualità disordinata, da rapporti conflittuali con la moglie e dalla pesante dipendenza di eroina. La sua vita si dissolve nel momento in cui cessa di essere Ezekiel Farragut per diventare 734-508-32, detenuto a Falconer per l’omicidio del fratello. L’estrema condizione di privazione del carcere lo porta lentamente ad una perdita della propria identità e ad una solitudine che lo chiude in sé stesso e lo obbliga a confrontarsi con la propria esistenza, i propri vizi, nel tentativo di conservare una parvenza di umanità.

La notorietà di Cheever è dovuta più che altro ai suoi racconti che gli valsero l’appellativowww.inmondadori.it di “Čechov dei sobborghi” ma anche per “Falconer”, il suo romanzo più famoso. Scopro il suo nome per la prima volta in un articolo di Repubblica sul parallismo tra alcolismo (a cui a quanto pare rimanda anche la copertina del libro) e letteratura (insieme a Carver e Lowry [che non ho ancora letto]) e rimango incuriosito da questo suo scritto. La parola migliore per descrivere il suo stile è “dispersivo” ma in senso positivo. Cheever passa da un aneddoto all’altro compiendo salti temporali che confondono e lasciano senza alcuna base solida. Mette insieme una serie di frammenti alternando passato e presente, senza sosta, perché è il protagonista stesso ad essere frammentato e smarrito. Ezekiel è privato della sua identità (“Tutti i detenuti, ovviamente, soffrono di una perdita di identità, ma quel tocco leggero mi ha spalancato l’immagine terrificante dell’abisso, della mia alienazione. Tranne me stesso, non c’è niente che io possa toccare e che sia caldo, umano, sensibile. Senza il calore del sentimento, la mia ragione, con le sue alte aspirazioni alla forza, alla luce, alla praticità, è completamente paralizzata. Mi viene imposto un nulla osceno. Io non amo. Io non sono amato, e solo a fatica riesco a ricordare l’estasi dell’amore. Se chiudo gli occhi e mi sforzo di pregare, piombo nel torpore della solitudine. Cercherò di ricordare.“) a causa della prigionia che gli impone l’odiosa condizione di ripensare alla propria vita. Il carcere è violento, duro, implacabile ma allo stesso tempo residenza di un’umanità reietta che non appare malvagia come la si pensa ma che piuttosto vive nella dualità di un’esistenza piena di ambivalenze, in cui ristagna anche il protagonista stesso. Lo scontro e il contrasto con il fratello non hanno mai confini ben definiti. Il bianco e il nero non esistono. Al loro posto c’è una tonalità unica che fonde tutte le sfumature facendo perdere la direzione di giudizio.

Leggendo Falconer, in realtà, c’è quasi la sensazione che Ezekiel non si trovi in un carcere, come se le mura della costrizione siano qualcosa di interiore. I prigionieri comunicano tra di loro, hanno delle relazioni a volte fisiche e sono in contatto apparentemente amichevole, anche con le guardie, spesso non si ha la sensazione tangibile che il protagonista sia detenuto. L’attenzione non è rivolta alla struttura (che è comunque concreta) ma all’interiorità e al vissuto. Le sbarre ci sono ma è come se non se ne sentisse la presenza. Ci si immerge in una quotidianità bizzarra come se tutto fosse normale, naturale. A sprazzi la prigione si fa sentire, ritornando come presenza imperante, per poi sparire nei momenti di riflessione e di malinconica delicatezza in cui lascia Ezekiel tra le dune di un deserto circondato dal nulla.

 Perché la vera prigione di Ezekiel è quella interiore.

Rimane il mistero del perché Cheever scrivesse vestito solo con un paio di boxer, ma questo è un altro discorso..

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19 thoughts on “Falconer – John Cheever

        • E’ la data di riferimento che avevo trovato a proposito della citazione. E, ora che me lo fai notare, mi rendo conto che è impossibile visto che Baretti è morto nel 1789. Scopro inoltre che, probabilmente, è una citazione dalla rivista risalente al 1830 e non di Baretti. Grazie per avermelo fatto notare, errore mio e correggo subito (Non puoi immaginare quanto mi faccia incazzare sbagliare una citazione. E di solito succede quando faccio l’errore di prenderle da internet o da altri. Da un certo momento in poi ho iniziato solo a fidarmi delle fonti di prima mano).
          Tu lo sapevi vero? 😛
          Almeno non mi sono sbagliato sull’onore di averti qui. Da quello che scrivi si capisce che devi avere una notevole preparazione e lo hai dimostrato. 😉

  1. La trama mi ricorda “Vergogna” di J. M. Coetzee. Anche lì c’é un professore che cade in disgrazia, anche se é diversa la ragione (non un’ omicidio, ma una tresca con una studentessa) e la pena (la sua carriera accademica va in mille pezzi, ma nessuno lo mette in galera).
    “Vergogna” é stata per me una delle letture più deludenti degli ultimi anni. Mi ci ero accostato con aspettative altissime, dato che l’ autore aveva vinto un Nobel: mi bastarono poche pagine per capire che ci sarebbero stati almeno cento scrittori che avrebbero meritato il premio più di lui.
    Ho pensato: “Magari sono io che sono partito con il piede sbagliato.” Così detti a Coetzee una seconda chance, leggendo “Foe”. Caddi dalla padella nella brace: “Vergogna” era brutto ma non noioso, “Foe” invece é bruttissimo, lentissimo e noiosissimo. Oltre che poco originale, perché il tema del selvaggio che viene prelevato dal suo ambiente primitivo e inserito a forza nella società civile é uno spunto di trama alquanto abusato e banale.
    Per il suo stile pessimista al massimo Coetzee mi ricorda Philip Roth. Quest’ ultimo però ha un talento molto maggiore, e soprattutto é molto diverso per cultura e ambientazione dei suoi romanzi.

    • Lo conosco perché l’ho comprato poco tempo fa ma non l’ho ancora letto e quindi non posso dire nulla in proposito. Mi aspetta sul comodino e quando arriverà l’ispirazione affronterò la lettura. Ho avuto la stessa esperienza con ma con un altro nobel: Gunther Grass. “Il tamburo di latta” per me è stato uno dei libri peggiori mai letti. Faticosissimo.
      Di Roth ho letto “Il teatro di Sabbath” che avevo apprezzato parecchio; al contrario ero rimasto invece piuttosto deluso dal tanto osannato “Il lamento di Portnoy”. Lo avevo trovato poco coinvolgente ma questo non mi aveva fatto cambiare idea sul suo innegabile talento.
      Quando avrò modo di leggere Coetzee allora potrò esprimermi.. 😉

Secondo me....

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