La bicicletta verde – Haifaa al-Mansour

Wadjda è una bambina che vive in Arabia e frequenta la scuola coranica per sole femmine senza particolare interesse. E’ anticonformista in quello che gli viene permesso dalle rigide regole imposte (la mia non è una critica ma solo una constatazione, “l’occidente” non è migliore e non è questo il posto per discutere di questo) dalla societàla-bicicletta-verde_cover in cui vive (che per i profani [incluso il sottoscritto] si chiariscono un poco per volta durante la visione del film) in cui è necessario seguire un certo tipo di “etichetta”. Quando può trasgredisce le regole con innocenza, ma anche con la malizia e la tenacia, tipica dei bambini quando si approcciano ad un mondo adulto che risulta a loro incomprensibile (e non per loro limiti, il mondo degli adulti, tutti gli adulti, è incomprensibile). Wadjda un giorno vede sfrecciare davanti a sé, trasportata da un camioncino, una bicicletta verde (sembra realmente una visione quando appare per la prima volta) e decide di raccogliere soldi per poterla acquistare e riuscire a superare in velocità il suo amico Abdullah che, invece, già ne possiede una. L’occasione per raccogliere il denaro sufficiente le viene offerta da una gara di Corano della scuola a cui parteciperà dovendosi impegnare in qualcosa verso cui fino a quel momento non aveva avuto alcun interesse.

Il film è stato patrocinato da Amnesty Italia per i temi trattati legati alla condizione della donna in la_bicicletta_verde1aArabia, in cui vive subordinata agli uomini e in cui molti aspetti della sua esistenza sono limitati e sotto il diretto controllo di una società patriarcale e autoritaria. E’ una società di cui vengono anche evidenziati gli aspetti contradditori. A partire dalla stessa preside, rigidissima nell’applicazione formale delle regole imposte dalla religione alle sue allieve ma molto più tollerante per quanto riguarda la propria vita personale. Ligia quando si tratta di riprendere nelle regole di contatto con gli uomini, un po’ meno quando è lei a ricevere il suo amante in casa all’insaputa del marito.

Ogni società ha le sue contraddizioni.

Le società dovrebbbero essere a dimensioni delle persone che ci vivono ma come è ovvio (ma non per questo giusto), avviene sempre l’esatto contrario e sono le persone a doversi plasmare alla società in cui vivono. Wadjda vince il concorso e i soldi (era ovvio!!!!) ma il mondo adulto irrompe nella sua realtà per obbligarla a donare tutta la cifra alla causa della palestina (di cui a lei non fotteva veramente nulla).

Se il mondo girasse seguendo le vere esigenze delle persone ci sarebbero più biciclette verdi e meno politica.

Più accordi e meno scontri.

Non mi ha entusiasmato particolarmente come film. A parte i temi trattati e la natura diciamo “esotica” e a me estranea di paesaggi, tradizioni e cultura, l’ho trovato poco coinvolgente, senza particolari emozioni. Qualche scena qua e là, una bellissima inquadratura di Wadjda dentro la sua stanza seduta sul pavimento e il finale insieme alla madre.

Un momento comico c’è stato. Quando finalmente riesce ad avere la sua bicicletta Wadjda inizia a pedalare come una forsennata per superare il suo amico Abdullah (sempre tenerissimo tra l’altro) e si dirige verso una trafficatissima strada piena di auto. Pedala. E pedala senza fermarsi. E si fa sempre più vicina alle macchine che sfrecciano. E continua e non si ferma. Ad un certo punto ero in panico totale e pensavo che sarebbe finita sotto qualche auto perché non aveva mai imparato ad usare i freni!

Per fortuna si ferma.

Peccato, perché sarebbe stato un colpo di scena inaspettato, per quanto irrecuperabilmente trash.

In tutto il film però voglio riportare una frase che ho trovato bellissima anche se non nel contesto in cui era usata perché in realtà era da pretesto per ulteriori limiti alle libertà delle donne.23556

“La voce della donna è la sua nudità.”

Giudizio in minuti di sonno : neanche un minuto. Anche perché ero al cinema (e al cinema non dormo mai) e i sedili erano, come dire, spartani? Rustici? Vabbè, ok, scomodi. Ma di quello mi frega poco e ci ritornerò.

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