Un giorno riderò di tutto questo

La sensazione è un po’ quella di essere in piena corsa sopra una corda da funambolo, con ampie probabilità di sbagliare un passo e cadere al suolo. A volte si cade, ci si aggrappa alla corda ma si riparte correndo e quindi non si può sapere per quante volte si sarà sufficientemente agili e rapidi da aggrapparsi in tempo.

Ieri mi sono ritrovato in una situazione che se fosse stata la scena di un film avrebbe avuto quei toni da finale drammatico. C’era poesia ma anche un attimo di vissuto drammatico. Due generazioni diverse accanto, accumunate dai problemi (Anche se i miei sono nulla paragonati ai suoi). Ed eravamo entrambi lì, davanti ad una chiesa a parlare. A rivoltarci le budella pensando a quello che abbiamo fatto, che faremo. A sperare di riuscire a trovare una soluzione. O, nel mio caso, semplicemente facendo una scelta senza aspettare che sia qualcun altro a decidere per me. Questo è quello che dovrei fare io. Ha ragione. E mi sono sentito meno solo. Ma al momento è tutto molto difficile, confuso. Non c’è una linea netta di demarcazione, sfumature, dettagli. Non riesco a mettere insieme tutti i pezzi per avere un quadro chiaro. Alcune realtà sono evidenti, è inutile negarlo, è da stupidi farlo e insistere. Per affrontare la realtà si mettono le proprie budella sul tavolo e le si osservano (l’amico che ha usato questa metafora si riferiva alle coppie: invece di negare ci si guarda vicendevolmente le budella e si inizia a guardare la realtà con sincerità. Mentire agli altri e a sé stessi non porta mai da nessuna parte [truculenta ma efficace]) sperando di capirci qualcosa.

Al momento ho visto un groviglio senza direzioni.

Almeno in un campo so quello che voglio ma non so dove andarlo a cercare, come riconoscerlo, dove trovarlo, come avvicinarmi. E soprattutto vedo una realtà spesso deludente, marcia, lontana da quello che vorrei, che spero, che mi piace, che cerco, dagli investimenti che faccio e tutto questo mi porta a pensare (in maniera molto presuntuosa direbbe un amico) che io stia cercando l’impossibile. O che quello non normale sia io. Come in quel film (non ricordo il titolo, forse era “L’ultimo uomo sulla terra“) in cui un uomo dava la caccia ai vampiri (erano vampiri?) considerandoli “mostri”, prima di scoprire che tutto il mondo in realtà era fatto di vampiri e quindi il mostro, alla fine, era solo lui. Forse devo rassegnarmi ad una realtà deludente che ostinatamente non sento come mia (qualcuno mi disse che io persisto nell’errore di voler giocare a calcio usando le regole del rugby) adeguarmi (e forse essere meno coglione), aggrapparmi alla prima cosa che passa, oppure entrare nell’ottica di una lunga ricerca e cercare di convivere con la situazione senza accontentarmi. Con tutte le difficoltà che ne conseguiranno, con me stesso impegnato a limitarmi e a mettermi i bastoni tra le ruote.

Un altro amico invece mi ha ricordato una conclusione a cui ero arrivato ma che purtroppo interiorizzo sempre quando esco dal mare in tempesta. Finché ci sono dentro invece rimane lì come una speranza futura piuttosto che come qualcosa di consolatorio. Le cose assumono significato se messe insieme a tutte le altre che accadono, prima o poi (il tempo è spietato). O quando sono sufficientemente lontane dalle tue spalle riesci a trarne qualche insegnamento (Rearviewmirror dei Pearl Jam in questo ha sempre insegnato). Nel bene o nel male. Anche quando comportano sacrifici e sofferenza. Purtroppo sul momento non sei mai sufficientemente lucido per capire in che modo questa cosa ti sarà di aiuto nel futuro, ma sicuramente arriverà il momento in cui sarai in grado di farlo. Si tratta di rielaborare la situazione e trovare la parte del bicchiere mezzo pieno (anche per uno come me che lo vede “pieno di merda, non sua e che comunque aveva chiesto un’altra cosa“) Anche le sfighe peggiori possono rivelarsi, a lunga gittata, delle fortune. I momenti difficili a volte traghettano verso oasi di pace, ma non subito, purtroppo. Cervantes comunque diceva che “La sorte lascia sempre una porta aperta nelle disgrazie, per mettervi riparo” (dove cazzo sarà mai la mia maledetta porta?) e che “Le ferite che si rivono in battaglia conferiscono onore piuttosto che toglierlo” e uno vissuto nell’ombra del mito di Ettore non può che concordare pienamente. Trovo che Ettore sia il prototipo dell’umanità. Con tanti pregi e anche con tanti difetti. Non è invulnerabile come Achille (fatta eccezione per il tallone) e quindi deve tirare fuori molto più coraggio nell’affrontare un combattimento da cui sa per certo di venire ucciso.

Non è uno sconfitto.

Chi sa di vincere non sarà mai vittorioso.

Le cose non possono andare sempre male e appena ne azzecchi una, le altre vengono a seguire.

Che altro dire?

Un giorno riderò di tutto questo.

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